La comunicazione politica vive di figure retoriche, di costruzioni che abbiano un senso comune, di framing e modi di intendere la realtà condivisi. Di fatto, però non esiste comunicazione politica che non sfrutti concetti semplici già radicati nella mente di ciascuno di noi, per trasformarli in armi di attrazione di massa, in specchi in cui ciascuno di noi vede qualcosa di se stesso, qualcosa che desidera. É così per la famiglia come emblema e immagine della Patria, per l’eguaglianza come simbolo di giustizia sociale, per il rosario come simbolo di fede incondizionata, come quella che la Curva ha verso il proprio Capitano.

Un Capitano c’è solo un Capitano…

Palazzo del Viminale – Ministero dell’Interno (Roma)

Da Totti a Salvini il passo è breve, dal Forza Italia di Berlusconi al bacio del rosario ancora di più, perché entrambe le cose provengono dallo stesso mondo: quello del calcio, della curva, della passione che travalica la ragione oltre ogni dubbio, oltre ogni fatto, perché l’arbitro è venduto, un’entità malevole e antagonista; l’unico obiettivo è poter dire di aver vinto, di aver prevalso, anche quando il campo racconta altro, quando si travalicano le regole e si rifiutano le decisioni arbitrali.

Ho visto un derby fermarsi per una fake news, molto prima che questo termine divenisse di dominio pubblico. Quella sera però ho visto anche il mostro: lo Stato che abdica al Capitano. Francesco Totti lasciato nelle mani della Curva, Francesco messo lì a trattare come un Capo di Stato nella tenda dei nemici invasori.

Ho visto capitani baciare medagliette e farsi segni della croce dopo ogni goal, ad ogni ingresso in campo, li ho visti battersi il petto in segno di orgoglio e di appartenenza, li ho visti sotto la Curva, li ho visti da soli gestire gli umori di un popolo che aveva messo da parte la ragione per abbandonarsi al piacere di non pensare e di agire interpretando le smorfie e le movenze del capitano. Li ho visti poi svanire, per un’offerta, per egoismo, perché il Capitano è altero agli altri, il Capitano è LVI. Per dirla con le parole di Alberto Sordi ne “Il Marchese del Grillo”: “Io so io, e voi nun siete un c…” (ci siamo capiti)

I simboli non hanno copyright… ma forse dovrebbero

Matteo Salvini mostra il rosario a Massimo Giletti, durante Non è l’Arena del 17 febbraio 2019

Il dibattito odierno sull’utilizzo dei simboli lascia il tempo che trova, poiché il senso comune non può avere proprietari, ma solo interpreti che lo rendano ogni volta significativo ed identificativo all’interno di una sfera pubblica che ci inghiotte tutti. Nessuno, infatti, si è mai chiesto se il calciatore che si fa il segno della croce o bacia la medaglietta del battesimo con l’effige di Gesù Cristo o della Madonna, rispetti o meno nella sua vita i principi che quei simboli cristiani rappresentano per i credenti ed anche per i laici che sono, comunque, cresciuti all’interno di una società con una cultura fortemente ispirata ai valori del cristianesimo.

Così, se valutiamo razionalmente quanto sta accadendo è facile comprendere che anziché muovere accuse sulla violazione dei diritti di utilizzo per alcuni simboli, forse, in tanti dovrebbero lavorare per ridare senso a quegli stessi simboli, rendendoli autentici e di conseguenza relegando il loro utilizzo improprio alla sfera della mistificazione, che così come la contraffazione dei prodotti, non è proprio ben gradita dalla gente che percepisce in maniera naturale e distintiva la differenza tra originale e copia mal fatta. La differenza tra chi crede e rispetta quello che dice e cui si ispira e chi, invece, interpreta e piega a suo modo ogni idea, ogni simbolo, ogni parola.

Basta sbarchi!

Già, proprio così, basta sbarchi da parte di chi vuole trasformare la nostra cultura, da parte di chi calpesta i nostri simboli, da parte di chi ci vede come nemici perché diversi, basta sbarchi della politica della mistificazione, nei simboli che rappresentano tutti e che per tutti dovrebbero racchiudere messaggi di valore cui ispirarsi, per guardare al futuro, non per rimpiangere un passato che non potrà (mi auguro) mai più tornare.

Se riscopriamo il valore delle parole, se ritorniamo a pensare alla realtà come esseri umani, prima che come entità alla ricerca del benessere a tutti i costi, allora potremo avere una comunicazione politica di alto livello, in grado di parlare alla testa e di agire con visione, anziché ridursi ad interpretare bisogni latenti o meno, che provengono dalla pancia, da quella parte del corpo che non ammette domani per saziare il proprio appetito, costi quel che costi, oggi, adesso.

La comunicazione resta uno strumento fatto da uomini per gli uomini, non ha un’etica, non ha valori, non ha speranze intrinseche, se non quelle di chi la interpreta e la applica. Basta comprendere questo semplice concetto per accorgersi che le discussioni sui simboli sono sterili, mentre bisognerebbe far confluire tutte queste energie in atti che generino e fecondino, per far nascere un nuovo Umanesimo che ci veda fratelli nell’affrontare il Futuro, senza bisogno di capitani coraggiosi, di affidarsi a Dio baciando un rosario, di promettere in nome di un’entità superiore il proprio impegno.

Non esiste la Bestia, non esiste un fenomeno Salvini o 5 Stelle, esiste invece un Paese stanco e disilluso, che ha smesso di sperare e ha deciso di non sprecare più energie in nuove delusioni, demandando agli altri, a chi gli dice in maniera più chiara che anche oggi c’è un nemico di cui aver paura (l’Europa, le regole, gli immigrati, la Povertà), che domani mangerà, che domani potrà sentirsi superiore guardando qualcuno per strada meno fortunato, oppure, semplicemente diverso da se stesso, da quell’immagine allo specchio. Questa non è analisi, non è comunicazione, è il richiamo della foresta… homo homini lupus

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